“Strage di Piazza della Loggia” (28 Maggio 1974) (di LabuanPearl88)

Quel giorno a Brescia morirono :

Giulietta Banzi Bazoli, 34 anni, insegnante
Livia Bottardi Milani, 32 anni, insegnante
Euplo Natali, 69 anni, pensionato
Luigi Pinto, 25 anni, insegnante
Bartolomeo Talenti, 56 anni, operaio
Alberto Trebeschi, 37 anni, insegnante
Clementina Calzari Trebeschi, 31 anni, insegnante
Vittorio Zambarda, 60 anni, operaio

Per la strage di piazza della Loggia, a Brescia, non ci sono colpevoli. I quattro imputati per i quali si è svolto il processo d’appello sono stati assolti. Ha detto il procuratore Roberto Di Martino: «È una vicenda che va ormai consegnata alla storia, più che alla giustizia».
Erano le 10.12 del 28 maggio 1974, in piazza della Loggia era in corso una manifestazione antifascista. Pioveva. La bomba esplose in un cestino dei rifiuti, spazzò via tutto ciò che c’era intorno: otto morti, un centinaio di feriti. Sono passati 38 anni da allora, non c’è verità giudiziaria. I quattro imputati erano: Carlo Maria Maggi, medico di Mestre dirigente dell’organizzazione fascista Ordine Nuovo; Delfo Zorzi, altro fascista veneto, indicato dall’accusa come l’uomo che aveva procurato la bomba, oggi vive in Giappone, è cittadino giapponese, si fa chiamare Hagen Roi, “origine delle onde”, è produttore di tessuti e pellami, esporta anche in Italia ma qui non torna; Maurizio Tramonte (alias Tritone), informatore dei servizi segreti, l’accusa ha sostenuto che partecipò alle riunioni preparatorie dell’attentato; Francesco Delfino, ex generale dei carabinieri, processato con l’accusa di aver saputo quello che stava per accadere ma di non aver fatto nulla per evitare la strage.
Erano stati assolti anche in primo grado, così come era stato assolto Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo, uscito poi definitivamente dal processo.
È stato un procedimento lungo, milioni di pagine da esaminare, decine di testimonianze. E quasi 40 anni di storia passati dal momento dell’esplosione. C’erano state novità nel processo d’appello. In primo grado era stata giudicata inattendibile la confessione del fascista pentito Carlo Digilio, ex collaboratore della Cia, morto nel 2005. Con nuove testimonianze l’accusa aveva invece tentato di avvalorare la sua confessione. E molta importanza i pubblici ministeri avevano dato all’intercettazione ambientale tra due fascisti, Roberto Raho e Pietro Battiston, che esprimevano il timore di essere collegati ai “mestrini” che usavano le bombe. I mestrini, in quegli anni, tenevano nascosta la gelignite, un esplosivo, nel magazzino di una trattoria. «Dinamite e gelignite si volatilizzano e i periti hanno trovato solo tracce di tritolo, ma non vuol dire che la gelignite non ci fosse», aveva detto l’avvocato di parte civile Piergiorgio Vittorini. Ma di fatto, ciò che era stato trovato a piazza della Loggia, era tritolo, non gelignite. Come per altre vicende di quegli anni il tempo passato, i depistaggi, le coperture, hanno creato un fumo che, andandosene, ha portato via tutto, ha reso impossibile qualsiasi conclusione. Non ci sarà mai verità giudiziaria.
Una verità storica c’è da tempo: quella di piazza della Loggia fu una strage fascista, voluta e poi “protetta” dai servizi segreti. La stessa verità che c’è per piazza Fontana, per l’Italicus. Era la strategia della tensione. Fascisti e servizi segreti. Poche ore dopo l’esplosione a piazza della Loggia venne dato ordine ai pompieri di ripulire la piazza con le autopompe: i reperti di esplosivo furono in gran parte spazzati via, nessuno aveva ancora fatto i rilievi. Scomparvero anche i reperti prelevati in ospedale dai feriti e dai cadaveri.

(Fonte: plottac, via clever-disguise)

Gli studenti di Brindisi in piazza per una manifestazione nazionale al grido di ‘Io non ho paura’ (di oltremevideo)

Ieri, una marea di studentesse, studenti hanno dato vita ad una grande manifestazione a Brindisi, ad una settimana dall’orribile attentato che ha ucciso Melissa e messo in pericolo la vita di Veronica e colpire altre 4 studentesse. Un attentato che ha colpito al cuore e alla mente la scuola ‘Morvillo-Falcone’ e tutte le scuole di Brindisi e del nostro paese.

Il movimento degli studenti non si è fermato un solo momento. Ha reagito prima con paura, preoccupazione, stringendosi intorno alle studentesse colpite, poi via via organizzando il proprio movimento e la propria valutazione, costringendo tutta la città, le istituzioni, il paese ad esprimersi, dare risposte, confrontarsi.
Ma questo sabato è stato qualcosa in più. Gli studenti come movimento, scuole, associazioni studentesche hanno chiamato ad una manifestazione nazionale, assumendo un ruolo di prima fila nella reazione all’attentato, di matrice ancora oscura.
‘IO NON HO PAURA’ è suonata come dichiarazione forte, individuale e collettiva, ma anche come sfida agli autori assassini, ai loro eventuali mandati e ispiratori.
Hanno voluto una manifestazione autonoma, nelle loro mani, non di dolore e timori ma di forza, autodeterminazione, volontà di riprendersi la scuola, la scena politico-sociale dell’attentato e di liberarla di ipocrisie, di falsi amici e di strumentalizzazioni della stampa.
E in questo, la manifestazione è stato un punto di arrivo di questa settimana ma anche un vero punto di partenza del movimento a Brindisi e nell’insieme del paese. Gli studenti stanno trovando le loro parole e il loro percorso, e puntano ad occupare la scena tragica creata dall’attentato per farne un motivo di cambiamento della scuola, della cultura – cosa molto sentita – del loro futuro anche come giovani del sud.
L’immagine di un nuovo Sud ribelle, ispirato dalla reazione dei giovani che diventi continuità e concretezza, sarebbe davvero il modo migliore per rendere il sacrificio di Melissa non solo non vano ma anche motivo di nuova vita e nuove speranze.

(via shadwil)

23mockingjay:

““She wants to know if I love her, that’s all anyone wants from anyone else, not love itself but the knowledge that love is there, like new batteries in the flashlight in the emergency kit in the hall closet.””

Jonathan Safran FoerExtremely Loud and Incredibly Close (via 4mbivalent)

(via piccolaapefuriosa)

Chiarelettere: ” Le ultime parole di Falcone e Borsellino” a cura di A. Mascali (di chiarelettere)

http://www.chiarelettere.it/libro/reverse/le-ultime-parole-di-falcone-e-borse…
Chiarelettere: ” Le ultime parole di Falcone e Borsellino” A cura di Antonella Mascali e con la prefazione di Roberto Scarpinato.

Lucarelli racconta 21/05/2012 - La strage di Capaci (di rai)

Di che materia è fatta la memoria? La mia, se torno a quel 23 maggio del 1992, è fatta di odori, di scirocco, di pioggia, di lacrime. Arrivai a Palermo quasi direttamente dai palazzi del potere romano dove seguivo peril manifesto le votazioni per il nuovo capo dello stato che si avvitavano su se stesse senza via d’uscita, dopo la trombatura di Giulio Andreotti tra le cui gambe era stato gettato, nel marzo di quello stesso anno, il cadavere del suo plenipotenziario in Sicilia, Salvo Lima, garante del patto tra la politica e Cosa Nostra.
 
Questo adesso è un fatto acclarato, ma per averlo detto allora, insieme a Sandra Bonsanti, collega di Repubblica, nel corso di una rovente puntata di Samarcanda , la trasmissione di Santoro e Ruotolo, rischiai fisicamente il linciaggio da parte degli amici di Salvo Lima (che non erano esattamente tipi raccomandabili).
 
Mentre dall’aeroporto corro verso il luogo della strage incrocio in senso opposto il corteo presidenziale che sta riportando a Roma il vicecapo dello Stato, Giovanni Spadolini, che si lascia alle spalle la Beirut italiana e torna nei Palazzi in disfacimento. Simbolo di un sistema politico che sta cadendo sotto i colpi di Tangentopoli, nel quale la mafia sta perdendo i suoi vecchi punti di riferimento e ne cerca di nuovi.
 
L’odore, lì a Capaci, è quello ferrigno della morte, della polvere rossa che il vento di scirocco trascina con sé nell’aria che sa di esplosivo, di catrame ancora caldo. Per terra, pezzi di tela militare sbattuti dal vento, due mazzi di fiori di campo poggiati su un cumulo di terra. Per duecento metri l’autostrada non esiste più, è stata cancellata, spazzata via. Ecco il grande cratere di terra rossa: qui sotto c’erano mille chili di tritolo, una potenza micidiale che ha sollevato l’asfalto che ora se ne sta ingobbito, dilaniato da quella forza devastante sprigionata dal suo stesso ventre.
 
La macchina sulla quale viaggiavano Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo, è ferma sul ciglio del cratere, con il muso stritolato dalla furia del primo impatto, tutti i suoi congegni elettronici sono lì sventrati, oscenamente esposti. Poco più dietro, un’altra macchina della scorta messa di traverso e più in là un’altra ancora che sembra come schiacciata da una mano potente che scende dall’alto. Ecco, così sono morti Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonino Montinaro, Vito Schifani, Rocco Di Cillo.
 
Un cronista di Radiomontecarlo mi dice: «It’s a war». Già, ma in questa guerra lo stato si ferma dopo ogni piccola battaglia vinta, mentre la mafia, giunta all’apice della sua potenza economico-militare, dispiega la propria onnipotenza e dice: io posso tutto, io posso assassinare come un cane, in mezzo alla strada, l’uomo politico che non ha mantenuto le promesse; io posso togliere di mezzo il giudice più protetto d’Italia, il mio nemico numero uno, quello che vi ha costretto a guardare di che cosa sono fatta davvero. E per farlo vi dimostro che posso, letteralmente, sollevare la terra sulla quale camminate.
 
Sapremo dopo che era così cominciata una trattativa che voleva revisione dei processi e abolizione del carcere duro. E che per averla intuita e disapprovata morì Paolo Borsellino. Falcone doveva morire perché aveva guardato il mostro negli occhi, ne aveva compreso il salto di qualità. Non più un insieme di cosche, ma un vertice che governa con il pugno di ferro, che ha intrecciato legami con pezzi della politica e dello stato. L’aveva detto, Falcone, dopo l’attentato fallito alla sua villa dell’Addaura, quando parlò di «menti raffinatissime» che l’avevano ordito. L’aveva detto nella sentenza del processo Maxi-ter a Cosa Nostra quando, parlando dei grandi delitti politico-mafiosi, Piersanti Mattarella, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Michele Reina e Pio La Torre, li definiva «omicidi in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi mafiosi e di oscuri interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica, fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti, che vanno ben al di là della mera contiguità e che debbono essere individuati e colpiti se si vuole davvero voltare pagina».
 
La condanna a morte di Giovanni Falcone sta tutta scritta lì. I finti amici di Falcone, i beatificatori postumi, quelli che prima lo chiamavano spregiativamente «il giudice sceriffo», «il giudice comunista», e che oggi lo additano ad esempio contro i suoi colleghi che ancora cercano la verità sulla stagione delle stragi, questi mentitori affermano che lui non credeva nei legami tra mafia e politica.
 
Era tutto il contrario: avendo compreso in quale trama di potere giocasse Cosa Nostra, Falcone cercava gli strumenti per poterli mettere a nudo. Ci provò dapprima con il suo lavoro di magistrato, finché non gli legarono le mani; poi cercando di cambiare dall’interno la politica giudiziaria, delineando la Procura nazionale antimafia. In questo cammino commise anche errori, forse sottovalutò la capacità di irretirlo del potere e sopravvalutò la volontà di taluni di combattere veramente la mafia.
 
Le critiche che gli vennero da chi era stato amico lo ferirono profondamente, ma erano fatte in buona fede e nascevano anche dalla preoccupazione che certe mediazioni, non solo non gli avrebbero consentito di raggiungere i suoi obiettivi, ma lo avrebbero esposto come ostacolo al patto di convivenza tra stato e mafia.
 
Mentre torno a Palermo, vent’anni dopo, rileggo quel che scrivevo allora, cercando di spiegare perché, dopo aver ucciso l’uomo del legame tra politica e mafia, Salvo Lima, Cosa Nostra avesse alzato il tiro sul suo nemico giurato : «Un atto di terrorismo mafioso… l’hanno fatto mentre il Palazzo viveva un passaggio delicatissimo: un’elezione presidenziale nel corso della quale si ridisegna l’equilibro del potere. Non c’è bisogno di pensare a complotti a trame oscure. Purtroppo è tutto tragicamente chiaro: un pezzo d’Italia che è Colombia e Libano. Con i piedi ben piantati qui, il potere mafioso alza la testa e guarda in alto, alla ricerca del suo posto tra i poteri, oligarchia armata che vive del deficit di democrazia e a sua volta lo alimenta».
 
 Allora non sapevo, mentre tornavo a Palermo, tra l’odore delle stigghiole arrostite per strada e le ceste di pane, leggendo su qualche rudimentale cartello la scritta «Falcone sei vivo», non immaginavo che sarei dovuto tornare due mesi dopo, per la strage di Via D’Amelio. E che l’anno dopo la strategia stragista del potere mafioso avrebbe toccato il suo apice. Non ero consapevole che era cominciato il nostro 11 settembre, come mi disse dieci anni dopo la strage Andrea Camilleri, che intervistai per La7 : «Falcone e Borsellino sono i nostri eroi. È come se fossero cadute le nostre Torri Gemelle».
 
Ma non fu solo un giorno, una data: fu un biennio nel quale agì un intreccio tra pezzi della politica e delle istituzioni e poteri criminali che impresse una torsione nettamente antidemocratica alla transizione italiana e del quale ancora non siamo venuti a capo.
 
È questa l’anomalia italiana che non è mai stata superata e che, dopo l’attentato di Brindisi, ha fatto pensare Qualunque sia l’esito delle indagini su Brindisi, per questo è sacrosanta la ribellione alla violenza da parte dei giovani e del mondo della scuola. Anche se la mafia ha scelto di abbandonare la strategia dell’attacco militare, non per questo è meno pericolosasubito a un riproporsi di quegli scenari. .
 
Anzi, nella complicità o nell’indifferenza della politica, ha conquistato le roccaforti dell’economia del Nord, si è insinuata nel tessuto del paese come un veleno sottile, col quale in troppi hanno imparato a convivere. È parte di un sistema di malaffare e di corruzione che corrode la politica e la democrazia. Anche questa è una strage: di libertà, di diritti, di cittadinanza.
 
È giusto dirlo oggi, insieme alla folla di ragazzi e ragazze con i quali sto navigando verso Palermo, per ricordare quel che accadde quando loro non erano ancora nati. Io c’ero, posso raccontare loro il dolore attonito di una città che poi si farà rabbia all’apparire dei vertici istituzionali, le lacrime che si confondevano con la pioggia. Paolo Borsellino, un maschera da tragedia greca avvolta in una perenne nuvola di fumo, Giuseppe Ayala ripiegato su se stesso, una pertica che pare sul punto di spezzarsi, Giuseppe Di Lello, il nostro carissimo amico Peppino, piccolo e solo, senza scorta, talmente indifeso che ci stringiamo attorno a lui, quasi a fargli da scudo. E poi quelle parole di Rosaria Schifani, quella specie di lamento funebre contro i mafiosi: «Io vi perdono, ma inginocchiatevi… ma no voi non lo fate… non lo fate», che risuonò nella chiesa di San Domenico come una biblica maledizione.

Falcone, Borsellino, agenti della scorta e tanti altri: le facce pulite dello Stato. (di dromedario54)

Tutti sono stati lasciati soli.
Le facce sporche, quando si laveranno la faccia?

“Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati 
in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone 
delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. 
In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato 
non è riuscito a proteggere.” Givanni Falcone

in memoria di GIOVANNI FALCONE (di riccardodellabona)

Vi racconto Falcone…

Nel ventesimo anniversario della strage di Capaci, Giuseppe Ayala in un’intervista racconta l’amico e collega Giovanni Falcone.

di: Luigi Ferro
Giovanni Falcone, magistrato palermitano antimafia.
Giovanni Falcone, magistrato palermitano antimafia.

23 maggio 1992: sull’autostrada che da Punta Raisi (l’aereoporto di Palermo) porta a Palermo, all’altezza di Capaci, sono stati piazzati 500 kg di tritolo. La bomba, azionata a distanza viene fatta esplodere al momento del passaggio dell’auto di Giovanni Falcone. Muoiono, il magistrato antimafia, la moglie Francesca Morvillo e i 3 agenti della scorta (Rocco di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani). 
A 20 anni di distanza da quel tragico evento l’amico e collega Giuseppe Ayala, ex pm al Maxiprocesso oggi in pensione, ci racconta il famoso magistrato.
Com’è nato il vostro rapporto? 
«Alfredo Morvillo, il magistrato fratello di sua moglie Francesca, ci presentò nel 1981. Eravamo al Palazzo di giustizia di Palermo, dove bevemmo un caffè. Due chiacchiere e la simpatia fu immediata. Da lì iniziò un’intensa frequentazione: almeno un paio di volte la settimana ci vedevamo a cena con le mogli».
Come si lavorava a Palazzo di giustizia? 


«Facevamo una vita durissima. Quando abbiamo iniziato non sapevamo dove saremmo arrivati. Abbiamo seguito Falcone e le nostre vite sono state blindate dal 1982: avevo 37 anni. Due passi in città erano vietati, così come il caffè al bar, ed era esclusa la possibilità di uscire con i miei figli. Per anni in Italia non ho mai camminato per strada con Falcone. Potevo farlo soltanto all’estero». 
C’erano momenti di serenità? 
«Ci facevamo macabri scherzi, come scriverci i necrologi. “Ciao Giuseppe, almeno per una volta sei arrivato prima di me” fu quello di Falcone per me. Aveva un’ironia demenziale, ridevamo tantissimo».

Quale fu l’importanza di Falcone magistrato?

«Abbiamo iniziato a lavorare insieme dopo l’omicidio Dalla Chiesa. Eravamo quattro pm a seguire l’“innovatore”, perché Falcone è stato soprattutto questo. Non chiese nuove 
norme, ma utilizzò quelle esistenti in modo diverso. 
Gli accertamenti bancari, per esempio: la droga non lascia tracce, ma i soldi sì, diceva. Poi ci furono i contatti diretti con i giudici stranieri. Grazie alle sue indagini Falcone godeva di una vasta credibilità internazionale. Prima di lui le rogatorie internazionali avvenivano in modo burocratico. Lui, invece, viaggiò, conobbe i colleghi stranieri, avviò un felice scambio di informazioni. E ciò dette grandi risultati».
Il fatto di essere siciliano gli fu d’aiuto? 
«Certo. Falcone conosceva così bene i mafiosi che era capace di ragionare come loro. Ricordo un interrogatorio fatto di poche parole e molti sguardi che volevano dire tantissimo. “Peccato che non si possano verbalizzare” mi disse».
Quali furono i suoi momenti più difficili? 
«Quando gli fu preferito Antonino Meli alla guida dell’Ufficio istruzione di Palermo e l’esposto al Csm di Leoluca Orlando che lo accusò di nascondere le prove nei cassetti». 
La sua vita a Roma cambiò? 
«All’epoca fummo vittime del gossip del Palazzo di giustizia di Palermo. Ci misero uno contro l’altro e per qualche mese ci salutammo a stento. Poi Giovanni mi fece avere il suo libro Cose di Cosa nostra prima che uscisse. Presi il telefono e gliene dissi di tutti i colori. Lui mi fece finire e mi invitò a cena. Ci riappacificammo e per la prima volta abbiamo fatto due passi senza scorta. “Giovanni, a Roma non ci ammazzano“ gli dissi. “Penso che tu abbia ragione” mi rispose. La mafia voleva colpire in Sicilia».

http://www.focus.it/curiosita/storia/vite-blindate_C12.aspx

Muhammad è stato ucciso il 22 ottobre 2007, durante un’irruzione notturna nel carcere di Ketziot, come testimoniano le immagini di Ali Abunimah (Electronic Intifada). Lo scorso 3 maggio le autorità israeliane hanno accordato alla famiglia un risarcimento di 1,2 milioni di shekel (circa 245 €), rifiutandosi però di incriminare le guardie coinvolte.

 Il video mostra un gruppo del personale di sicurezza, pesantemente armato, che fa irruzione in una prigione, urlando ai detenuti di alzarsi dal letto e intimandoli di ubbidire agli ordini.

Si sentono chiaramente i prigionieri che urlano terrorizzati. Una notte di brutale e letale violenza che i partecipanti israeliani descrissero come “bella” e “felice”.

Uno degli aggressori urla, tra le luci dei flash, le fiamme e il fumo: “Voglio aprire queste sbarre e prendermi cura di questi piccoli figli di p******”. Altri israeliani gridano insulti in arabo contro i prigionieri, sempre sulle loro madri.

I detenuti si dimenano, hanno paura. Se ne vede uno – in un’immagine che fa pensare ad Abu Ghraib – disteso per terra con un israeliano che gli punta una pistola contro urlandogli: “Rimani a pancia a terra!”

Su altri si spara senza alcuna motivo.

Queste le scene riprese da un video mostrato nell’aprile 2011 dal programma televisivo di inchiesta Ouvda sul canale 2 della televisione israeliana.

Il violento attacco contro i prigionieri palestinesi è assolutamente reale e risale al 22 ottobre 2007.

Un’esercitazione per il personale di sicurezza della prigione di Ketziot, un modo per “supportare il loro morale e motivarli”.

A morire, il detenuto palestinese Muhammad Ashqar. 

Nessuno è stato incriminato per la sua morte, nonostante le autorità israeliane abbiano recentemente acconsentito di pagare un risarcimento alla famiglia.

Questo video - dice Ouvda - rappresenta l’intero sistema che si è cercato di nascondere per più di tre anni.

Il vicecomandante del servizio di detenzione israeliano avrebbe premiato la performance dei suoi uomini in questa omicida violenza con un bel “dieci”.

Si tratta di un video scioccante, uno sguardo sulle vite di migliaia di palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane, 2000 dei quali hanno recentemente terminato uno sciopero della fame di 29 giorni contro il trattamento disumano e crudele che ricevono quotidiamente dietro le sbarre.

PER IL MORALE

Il controllo della prigione di Ketziot a sud di Naqab, nel deserto del Negev, regione della Palestina storica, era nelle mani dell’Israel prison service (IPS), conferitogli dall’esercito israeliano nel 2007.

L’IPS aveva pronesso di rendere ‘più duro’ il trattamento dei prigionieri. Per Addameer, Ketziot, anche conosciuta come Ansar o la prigione del Negev, è il principale luogo di prigionia per i palestinesi in “detenzione amministrativa”, quelli ‘senza accuse né processo’.

Uno degli obiettivi dell’addestramento compiuto alle 2 del mattino era di “sollevare il morale e l’entusiasmo dello staff della prigione”, come sostiene Ouvda, citando dei documenti dell’IPS.

Il fine dell’esercitazione era di cercare prodotti di contrabbando.

L’uso dei palestinesi – non solo prigionieri – come cavie per la violenza israeliana non è finito con questo incidente. Lo scorso 27 marzo, Rashad Shawakha, 28 anni, è stato ucciso a freddo in un attacco in Cisgiordania, nel villaggio di Rammoun, nell’ambito dell’esercitazione portata avanti da un’unità segreta.

Una dichiarazione di guerra

“Ma per quanto i prigionieri siano coinvolti” - afferma il narratore, “l’incursione di sorpresa da parte degli aggressori ha un solo significato: una dichiarazione di guerra”.

I prigionieri, tuttavia, sono storditi, e la resistenza è debole.

Nel frattempo si sente una voce nel video di uno del personale della prigione che dice “sparare è corretto” (minuto 3:28), autorizzando di fatto gli spari in sottofondo. 

“Questo non è fuoco vero” – dice la voce narrante, per spiegare che non vengono usati dei regolari proiettili, “ma delle misure di dimostrazione/dispersione che potrebbero anche uccidere”.

Certamente non c’era nessuna manifestazione da disperdere.

I prigionieri stavano dormendo – in dormitori dietro le sbarre o nelle tende di questa fortezza/prigione – quando furono attaccati con delle armi che le autorità israeliane si rifiutano tutt’ora di identificare.

E presumibilmente i detenuti non sapevano che non si trattava di fuoco vero e che non sarebbero stati uccisi.

Ad un certo punto, si vede e si sente un ufficiale israeliano che parla al microfono, di fronte alla staccionata di un lato della prigione in fiamme.

Urla in un arabo stentato: “Per tutti i prigionieri, per l’ultima volta, chiunque venga fuori mettendosi a pancia in giù, non verrà colpito” (minuto 7:23).

“Questa è l’ultima volta prima di sparare a tutti”, aggiunge al minuto 7:50. Gli aggressori, fa notare la voce narrante, sparano alla rinfusa nonostante l’oscurità.

Un’arma sconosciuta

Un palestinese identificato come “Nabil”, ex-prigioniero a Ketziot, racconta ad Ouvda che le armi utilizzate dagli israeliani gli hanno provocato un forte dolore.

“Ti colpisce il corpo, ed esplode!” – dice al minuto 8:15.

Un secondo ex-prigioniero non identificato sostiene che le armi contenevano biglie. Nabil, che mostra segni sul dorso, spiega: “Sono stato colpito alla schiena e non potevo sopportarlo, immaginate se fossi stato colpito in testa, o in un occhio o in un’altra zona sensibile”.

L’IPS si rifiuta di dichiarare che tipo di arma è stato usato contro i prigionieri palestinesi.

“Uno degli arabi è ferito” – l’uccisione di Muhammad Ashqar

“Dani, Dani, uno degli arabi è ferito”, si sente dire da un israeliano al minuto 9:01.

La videocamera riprende un uomo disteso a terra, sanguinante alla testa.

Si sentono altre voci: “C’è qualcuno che se ne prende cura? – No, nessuno, solo Dima (un nome russo) è con lui”.

L’uomo abbandonato a terra è Muhammad Ashqar, che doveva essere rilasciato di lì a qualche mese. Non c’è alcuna evidenza che stesse facendo qualcosa di ‘minaccioso’.

Ashqar “era stato arrestato circa due anni prima dell’incidente per la sua appartenenza alla Jihad Islamica”, secondo il quotidiano Haaretz, che racconta come il 3 maggio Israele abbia accordato il pagamento di 1,2 milioni di shekel (circa 245 €) alla sua famiglia.

Ma il quotidiano aggiunge: “Tuttavia, l’ufficio del pubblico ministero ha chiuso il caso contro le guardie coinvolte nell’ispezione, che si è conclusa con un prigioniero morto, 15 prigionieri feriti, altrettante guardie colpite ed una sezione del carcere bruciata”.

E ancora: “Le autorità hanno prima comunicato alla famiglia che Ashqar era stato colpito mentre cercava di fuggire, secondo la versione del padre. In seguito gli hanno detto che è stato ucciso accidentalmente durante una sommossa”.

Prigioniero ferito mentre negoziava con le guardie

Alcuni istanti dopo le immagini del corpo di Ashqar disteso per terra, il video mostra un altro prigioniero che esce nel cortile da uno degli edifici (10:00).

Sta negoziando con le guardie israeliane. 

All’improvviso, e nel mezzo della discussione e apparentemente senza ragione, gli sparano.

Cade a terra sanguinante ad una gamba. Nessuno lo soccorre. Seduto a terra, il prigioniero ferito tenta di curarsi da solo, urlando agli altri prigionieri nella tenda di uscire fuori, presumibilmente per timore che subiscano la stessa sorte.

Colpito senza provocazione

Smadar Ben Natan, un’avvocatessa rappresentante la famiglia di Muhammad Ashqar ha raccontato ad Ouvda le sue conclusioni: le guardie dell’unità Massada hanno sparato ai prigionieri anche quando non c’era alcun pericolo per le loro vite; il piano iniziale dei comandanti era di legare i prigionieri ai loro letti mentre stavano ancora dormendo, ma il piano fallisce all’ultimo momento; i responsabili di guardia di Ketziot non erano sufficientemente addestrati.

“Dieci”

Quando gli viene chiesto un giudizio sulle guardie e lo staff coinvolti, Dov Lutzki, vicecomandante del servizio di detenzione risponde ad Ouvda: “Avrei dato loro un dieci. Questo episodio è terminato con dei tragici e letali risultati, con un prigioniero morto, quando però non c’era alcun intento di giungervi, ma da allora fino ad oggi le ispezioni notturne sono una routine per occuparsi della sicurezza dei prigionieri”.

A proposito del “sollevamento del morale” come una valida ragione per organizzare una tale operazione, Lutzki ha risposto: “Una guardia deve credere nelle proprie capacità. Deve capire che la sua posizione è importante, che sta proteggendo la sua patria attraverso il suo lavoro. Ogni segnale di debolezza è immediatamente visto dalla parte avversa come un’opportunità di ottenere dei risultati”. 

Un comandante “inadatto” promosso

Il comandante di Ketziot ai tempi dell’attacco era Shlomi Cohen. Con un passato di “confuse complessità”, dopo che due prigionieri scapparono dalla prigione di Shikma ad Ashkelon che lui dirigeva precedentemente. 

Un comitato d’inchiesta aveva chiesto che la proposta di affidare la direzione di una prigione di sicurezza a Cohen fosse riconsiderata, ed invece fu promosso e piazzato a Ketziot.

La propensione di Cohen alla violenza bruta gli viene riconosciuta. In un video clip mostrato da Ouvda, il comandante è ritratto mentre da’ lezioni a due prigionieri: “E’ vero che nell’ultimo anno e mezzo voi avete vissuto in condizioni molto più dure, questo perché è l’unico modo per prendersi cura di voi!”

Una notte di “divertimento e felicità”

Ad un certo punto, possibilmente dopo l’attacco il cameraman chiede ad un ufficiale di posare per una foto “come souvenir degli eventi di Ketziot”.

L’ufficiale in camicia blu e casco, si avvicina, sorridendo (minuto 6:30).

Mentre si sentono spari di pistola e si vedono delle fiamme in un’altra sequenza, una voce fuori campo dice in ebraico: “Che bellezza, che divertimento”.

Un’altra gli fa eco: “Tutto ciò è davvero bellissimo! Riprendi tutto!”.

Dima – probabilmente lo stesso Dima che ha filmato la morte di Muhammad Ashqar – fu convocato per riprendere le guardie israeliane che scherzano e ridono. Addirittura uno comincia a cantare una canzone allegra su “come la vita era bella tanto tempo fa”.

“E’ felice, è un giorno felice oggi” – dice un altro israeliano.

Un suo compagno risponde: “Questo è quello che volevi. Di sicuro, fratello, è la cosa più bella. Eccellente”.

L’IPS ha emanato questa dichiarazione ufficiale, secondo Ouvda: “Nell’arco di un’ora l’intera prigione era distesa a terra, urlante, e noi li circondavamo. Intendiamo mandare i prigionieri a processo, punirli e chiedere loro i danni”.

Tutto questo è assolutamente incomprensibile, una crudeltà gratuita ed una disumanità che indubbiamente ha scatenato ed alimenta il movimento di resistenza dei prigionieri palestinesi.

Electronic Intifada ringrazia Dena Shunra per la collaborazione nella traduzione dall’ebraico ed analisi.

http://www.osservatorioiraq.it/israele-uccidono-per-divertimento-scene-da-abu-ghraib

(Fonte: youtube.com)

A Trieste il commissariato degli orrori, sequestri e violenze su 50 immigrati

18-05-2012

La morte di Alina rivela una gestione gravissima e omertosa della Questura. A casa del capo un altare al Duce, il Mein Kampf e tutti i testi antisemiti. Targa nazi sulla porta: “Ufficio epurazioni”. Il misterioso suicidio di una donna ucraina in un commissariato svela un nucleo di poliziotti neofascisti. A guidarli il vicequestore Baffi, accusato di omicidio. Ed è ancora lì.
Il fermacarte di Mussolini. Dietro la scrivania una targa con su scritto “Ufficio epurazione”, sberleffo della dizione ufficiale dell’ufficio che dirige, quello dell’”immigrazione” a Trieste. E a casa un vero “arsenale” di testi antisemiti, tra cui spicca il classico “Mein Kampf” ma anche il libro per veri “intenditori”: “Come riconoscere un ebreo”.

Altri due avvisi. Due poliziotti in servizio al commissariato di Opicina sono da ieri mattina sotto indagine da parte del pm Massimo De Bortoli per la vicenda del suicidio di Alina Bonar Diachuk, la donna ucraina detenuta arbitrariamente in una stanza chiusa a chiave all’interno della caserma. Nella stessa inchiesta è indagato il funzionario responsabile dell’ufficio immigrazione Carlo Baffi. Ai due agenti vengono contestate dal pm De Bortoli le accuse di omicidio colposo e violata consegna. Secondo gli accertamenti effettuati dagli investigatori della polizia e della finanza, i due uomini in divisa che avrebbero dovuto vigilare la donna “reclusa” in realtà non lo hanno fatto. Praticamente l’hanno chiusa nella cella senza mai minimamente controllarla. A trovarla priva di vita erano stati infatti due altri agenti dell’immigrazione che erano andati a prenderla per accompagnarla dal Giudice di pace. Ed era stato in quel momento che era scattato l’allarme. Troppo tardi, perché Alina era già morta.

Le immagini della telecamera a circuito chiuso hanno drammaticamente filmato l’estremo gesto di Alina Bonar Diachuk. La sua è stata un’agonia durata oltre 40 minuti. Si vede mentre disperata si scaglia contro il muro e poi mentre batte la testa. E poi mentre estrae dalla felpa un cordino e lo annoda attorno al collo e poi a un termosifone. La si vede poi seduta mentre chiude con la vita.

Queste immagini che paradosalmente non sono nemmeno state viste attraverso il monitor dall’agente in servizio di piantone fanno parte integrante dell’inchiesta. L’agente in servizio, secondo il regolamento, avrebbe dovuto verificare costantemente quello che accadeva all’interno della stanza dove era stata detenuta l’ucraina. Invece non ha mai dato uno sguardo al monitor e non è mai entrato nella camera della morte. L’altro poliziotto destinatario di un’informazione di garanzia quel giorno invece era uscito dalla caserma lasciando il collega. Ad annunciare che oltre a Carlo Baffi «ci sono altre persone sulle quali si è appuntata l’attenzione della Procura», era stato già l’altra sera il procuratore capo Michele Dalla Costa. E ieri gli investigatori di quello che è sato definito il “pool Alina” sono andati al commissariato di Opicina dove hanno notificato gli avvisi effettuando contestualmente le relative perquisizioni disposte dal pm Massimo De Bortoli.

Intanto Paolo Pacileo, l’avvocato di Carlo Baffi ha presentato un’istanza al Tribunale del Riesame per l’annullamento del verbale di sequestro dei libri e dell’altro materiale prelevato mercoledì scorso a casa di Carlo Baffi. Si tratta di una decina di volumi dichiaratamente antisemiti: gli autori sono tra gli altri Julius Streicher, Adolf Hitler e Julius Evola. Facevano parte della biblioteca privata del funzionario di polizia. Gli agenti quel giorno avevano anche sequestrato, poco prima della perquisizione a casa, anche sei proiettili di pistola non denunciati e una copia della targhetta dell’Ufficio immigrazione delle dimensioni di un foglio protocollo. Sulla parte destra della targa posticcia, è inserita una foto di Mussolini. A sinistra si legge in caratteri simili a quelli usati nel Ventennio: “il dirigente dell’ufficio epurazione”. Proprio il ritrovamento di questa targa ha innescato la perquisizione dell’abitazione di Carlo Baffi.

Bambino interrompe Mario Monti in una conferenza stampa (di savethechildrenIT)

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