Nemici e traditori un altro compagno è morto ma un altro partigiano oggi è risorto. Ma prima di morire tre volte ha pregato che Dio maledica il nemico alleato. Che Dio stramaledica chi ci ha tradito»

La fiera dell’infamità, miserabile natura di questa borghesia stracciona, rancorosa, vigliacca, senza palle e senza onore. Questo il volto emerso dall’infame palco montato a Ciampino in attesa di Battisti, uomo ormai prigioniero, stanco, vinto, senza più amici né compagni, nelle perfide mani dello Stato che sghignazza ben protetto dal corteo di gendarmi attorno al detenuto disumanizzato. Se c’era un punto di non ritorno, il fatidico fondo per antonomasia irraggiungibile, ecco: è stato raggiunto. Un fondo tale da farci rimpiangere Andreotti e Cossiga, Craxi e Berlusconi, o un altro a caso degli aguzzini di ieri. Questi di oggi sono peggio: hanno il ghigno mostruoso dei parvenu, l’inumanità di neofiti secondini bullizzati a scuola e spavaldi oggi, forti dello stuolo di guardie poste a sostegno del loro coraggio. L’unico modo per darsi un tono. Bonafede ad esempio. Avvocaticchio prima, secondino oggi che ha vinto la lotteria del governo. Quale parabola più misera?  

Ma certo faremo un errore ad individuare solo questi pezzenti quali responsabili unici del disastro umano andato in onda a reti unificate. La sinistra, in primo luogo.

[Altro giro, altri infami: Liberation]

Tutto un rompete le righe dalla più elementare dignità: “non va trattato così, ma noi non c’entriamo niente con lui”. Questo il ritornello. E certo che il problema è “politico” e non giudiziario, che non riguarda la persona Battisti ma i conti con gli anni Settanta, che Battisti può starci o meno simpatico e via così. Ma è questo il tema ora? Davvero stiamo entrando nel merito dei processi o della simpatia umana e politica che abbiamo di Cesare Battisti? O non è piuttosto un problema generale, che sormonta decisamente il singolo caso, e di cui ne pagheremo tutti le conseguenze? Perché questa corsa allo smarcamento? La smarcamento da cosa poi? Da Battisti o dagli anni Settanta? Dagli anni Settanta o dalla lotta armata? Ditelo una buona volta. Battisti vi sta sul cazzo, benissimo. E in alternativa chi è che vi sta simpatico, di quelli che in quegli anni decisero di combattere anch’essi, dopo – dopo, e non prima – la sequela di bombe e morti con cui lo Stato prese le misure ai movimenti della sinistra extraparlamentare? Perché le prese di distanza odierne, i “non mi piace” e i malcelati distinguo valgono solo in presenza del contraltare. O forse il contraltare è tutto il significato politico di quel decennio? E certo, ancora, che si può criticare la lotta armata, figuriamoci. Ma senza accogliere la versione del potere, come invece fanno senza ritegno i commentatori odierni. Ma, ancora una volta: è questo il problema oggi? Abbiamo in mente di instaurare un confronto sugli anni Settanta con Salvini e Bonafede, Di Maio e Gentiloni, Renzi e Berlusconi? E allora lo smarcamento attuale svela altro. Dice che, certo, rispettiamo i diritti umani con Battisti, anzi visto che è vecchio evitiamogli anche il carcere, ma “noi” con quella storia non c’entriamo più nulla, è bene che si chiuda, non dentro una cella ma, insomma, liberateci da questo peso che riporta tutto quello che facciamo a quella storia.

Noi, figuriamoci, sugli anni Settanta abbiamo più volte proposto ragionamenti complessi, attenti ad evitare tanto la condanna quanto l’agiografia reduce. Abbiamo cercato, nel corso del tempo, di dotarci di un pensiero critico che non offrisse alcun appiglio alle retoriche del potere costituito, alla polizia politica socialdemocratica e democristiana. A criticarli senza condannarli, ma senza rimanerne vittime inconsapevoli. Perché una nuova stagione di lotte, quando emergerà, dovrà per forza di cose fare i conti con quel decennio, liberandosene. Insomma, noi non abbiamo alcuna paura a parlarne, da sinistra e tra compagni. Però, ripetiamo, oggi non stiamo parlando di questo. E’ la messinscena padronale e poliziesca di uno Stato che si sta, semplicemente, vendicando su qualche vecchio decrepito. Non è la “soluzione”, neanche giudiziaria, di quegli anni. E’ la semplice vendetta politica. E contro questa vendetta dobbiamo lottare con tutte le poche forze che ci rimangono

(via Battisti e la cattiva coscienza di certi “sinistri”. «)

Si va dagli strateghi del senno di poi, quelli che sanno per filo e per segno come si dovrebbe fare una rivoluzione (ma che però, chissà perché, queste informazioni importantissime se le sono sempre tenute ben strette) ai manettari di sempre, pronti ad accodarsi al giudice “progressista” di turno nemmeno fosse il pifferaio magico, fino ad arrivare ai dissociati fuori tempo massimo, a quelli a cui nessuno ha chiesto niente, ma che se non si pentono si sentono in colpa.

Lo ripetiamo ancora una volta (anche perché qualche solerte censore ci ha cancellato il post di ieri sulla nostra pagina FB): a noi del fatto che Battisti sia colpevole o meno dei reati che gli vengono imputati ci interessa poco o nulla. Abbiamo ovviamente le nostre idee al riguardo, sappiamo bene cosa abbia significato il regime emergenziale, ma non crediamo sia questo il piano su cui poggia tutta questa questione. Questo Paese, piaccia o meno, è stato scosso per oltre un decennio da una guerra civile a bassa intensità, un conflitto che ha fatto morti e feriti da una parte e dall’altra. Più dalla nostra, in verità, se proprio volessimo indulgere in questa macabra conta. Una guerra che ha portato in carcere migliaia di proletari sepolti da condanne pesantissime. Una guerra che, purtroppo, abbiamo perso. Tutti. Compreso chi allora non intraprese la strada della lotta armata. E questa sconfitta la misuriamo ogni giorno nella precarietà delle nostre vite, nei salari che non bastano mai, nella disoccupazione di massa. Oggi, a oltre quarant’anni dalla fine di quella storia, l’accanimento e la vendetta dei vincitori nei confronti dei vinti, la damnatio memorie a cui si vorrebbero ridotti i protagonisti di quella stagione, sono solo il tentativo di arrivare ad una resa dei conti con gli anni Settanta, nonché la cifra repressiva di questo Stato. E’ questo il senso prodondo della vicenda Battisti che, di quella stagione, fu tutto sommato un protagonista minore. E chi non lo capisce, per quanto ci riguarda, sta dall’altra parte della barricata.

(Fonte: militant-blog.org)

Ci risiamo, per la seconda volta a distanza di poche settimane dopo una partita di pallone ci ritroviamo il giorno seguente a commentare tutto fuorché quanto visto in campo.

Anno nuovo.. ma stesse problematiche. Dopo i cori razzisti indirizzati a Koulibaly nel corso di Inter-Napoli del 26 dicembre scorso, nella giornata di ieri le tifoserie di Lazio e Bologna, che hanno visto le loro squadre impegnate rispettivamente contro Novara e Juventus, non hanno perso occasione per far parlare di sè. Infatti, entrambe le partite sono state teatro degli ennesimi episodi di razzismo. Oggi smentite e ulteriori polemiche, ma il problema ormai è palese e deve essere affrontato.

LAZIO – NOVARA

Poco dopo le 15.30, dal settore occupato dai tifosi biancocelesti si sono uditi numerosi cori, a sfondo discriminatorio, verso i romanisti, come “Giallorosso ebreo” o “Questa Roma qua sembra l’Africa”.

Il tutto va a chiudere una settimana da incubo sotto il punto di vista sportivo per la città capitolina, solo alcuni giorni fa infatti gli ultrà della Roma avevano distribuito volantini antisemiti che recitavano: “Lazio, Napoli, Israele, stessi colori, stesse bandiere, m…”

BOLOGNA – JUVENTUS

Se con Lazio-Novara il sabato calcistico era partito con il piede sbagliato, dopo Bologna-Juventus finisce anche peggio.

Al Dall’Ara infatti un gruppo di tifosi rossoblù ha preso di mira tramite ululati razzisti Moise Kean, classe 2000 bianconero, che con grande professionalità ha continuato la sua gara egregiamente, segnando il goal che ha permesso alla squadra detentrice del titolo di portarsi sul 2-0.

Le minacce del presidente Gravina, arrivate dopo Inter Napoli, che aveva spiegato la possibile sospensione di campionato e Coppa Italia nel caso si fossero verificati altri episodi simili, sono evidentemente servite a poco.

Il problema, come ormai è agli occhi di tutti, sta alla base della nostra cultura, non prettamente sportiva. Nell’ultimo anno, anche al di fuori di uno stadio, siamo stati sommersi da episodi violenti a sfondo razziale. Chiunque ormai sembra essere libero di fare qualsiasi cosa, non ci sono regole da rispettare e non ci sono persone che le facciano rispettare. Viviamo in un clima di odio costante, in un Paese che è sempre alla ricerca di un colpevole, di qualcuno da accusare o insultare.

Queste persone, come quelle che ieri senza alcun problema hanno fatto quanto descritto in precedenza, vanno fermate e non fatte più entrare in uno stadio. Il calcio è un gioco, e andrebbe vissuto come tale, come una grande festa che unisce il popolo, non che lo divide.

Quella del razzismo è una piaga che va contrastata e fermata al più presto con qualsiasi mezzo disponibile, anche, se necessario, sospendendo il campionato a tempo indeterminato.

Siamo schiavi di persone che non hanno nulla a che fare con questo mondo. Lo sport non è odio, lo ribadiamo, non è discriminazione.

Proprio riguardo a questo argomento, a fine dicembre era intervenuto ai nostri microfoni Francesco Repice, radiocronista della Rai, dichiarando: “Il razzismo è ignoranza, mi aspetto dei provvedimenti seri”.

(Fonte: masport.it)

Un venditore ambulante di origine senegalese è stato aggredito da due ragazzi, che a bordo di uno scooter, gli hanno lanciato sul viso un liquido irritante. Il fatto è accaduto la notte scorsa nel centro storico di Pisa. Non è ancora chiara quale sostanza fosse presente nel liquido, ma si pensa possa trattarsi di candeggina. L’uomo è stato soccorso da alcuni passanti che hanno assistito all’aggressione e, in seguito, medicato agli occhi al pronto soccorso, e poi dimesso con una prognosi di 10 giorni. Sull’episodio indagano le forze dell’ordine che stanno ricostruendo l’accaduto, anche grazie ad alcuni messaggi postati su Facebook da coloro che hanno prestato aiuto e hanno lamentato un clima di odio diffuso. Tra tanti, un testimone ha raccontato di aver visto il venditore ambulante entrare nel bagno di una birreria. E qui di aver notato che l’uomo aveva gli occhi arrossati, puzzava di candeggina e lo stesso giubbotto sembrava esserne impregnato. Gli stessi testimoni hanno dichiarato che il venditore aveva detto di non vedere bene. Dopo essere stata dimessa, la vittima si sarebbe resa irrintracciabile.

Sempre nella notte di sabato, prima dell’aggressione di via Fucini, in via Contessa Matilde, è stato registrato un altro evento simile, che ha coinvolto un giovane italiano. Il ragazzo è riuscito però a schivare il liquido, non riportando così conseguenze. Inoltre, la stampa riporta almeno altri due casi nei giorni precedenti a danno di altri due cittadini stranieri.

Il sindaco di Pisa, Michele Conti, dal canto suo, esclude il movente razzista e coglie l’occasione per sottolineare l’impegno della sua amministrazione per rendere la città ogni giorno più “sicura”. Mentre il consigliere regionale del Pd, Antonio Mazzeo, scrive un commento sul proprio profilo Facebook “Questa Pisa non è casa mia. Quando si istiga all’odio e alla violenza ci sono imbecilli che si sentono anche in diritto di tirare la candeggina verso un ragazzo di colore. Chi da mesi semina odio oggi almeno chieda scusa”.

Intanto, mentre la polizia è sulle tracce dei due aggressori, tra le ipotesi, oltre al movente razzista, c’è anche quella di un possibile regolamento di conti nell’ambito del racket dei venditori abusivi.

E come spesso accade, anziché concentrarsi sulla gravità della notizia, oltre al tentativo di ridurla e banalizzarla a mero fatto di cronaca ordinaria, ciò che si sottolinea in tutti gli articoli è che la vittima era “forse destinataria di un provvedimento di espulsione perché clandestina”.

Tutto il resto, gesto di violenza gratuita compreso, non conta.

(Fonte: cronachediordinariorazzismo.org)

Tags: senegalese

L'ossessione per “i comunisti”, le pistole facili e le manette. Tre simboli per una classe politica che si aggrappa ad un arresto per nascondere le sue debolezze

Chissà se Dino Risi avrebbe trovato un  modo analogo per rappresentare i nuovi potenti, il loro essere spietati e deboli allo stesso tempo, ridicoli e disperanti in eguale misura. La scena si svolge su di una pista di atterraggio. Il Mostro torna in Patria tra ali di telecamere, ministri con facce contrite a godersi lo spettacolo, spettatori con la bava alla bocca. Così si conclude la storia della caccia all’uomo durata quarant’anni. Così è sbarcato sul suolo italico lo spettro che da anni incombe sulle cronache, il volto che rappresenta il rimosso e il perturbante degli anni Settanta e della loro rappresentazione caricaturale.

La politica, praticamente tutta, ha scelto di gettarsi su questa figura minore dei cosiddetti anni di piombo, uno di quelli che si è mosso tra le pieghe dei fatti di cronaca al crepuscolo di quel periodo storico. I governanti sgomitano per un posto in prima fila, davanti alle telecamere. Il ministro con le mostrine della polizia si è piazzato ai margini della pista d’atterraggio e ha atteso che il Criminale scendesse dalla scaletta dell’aereo. «È un assassino comunista», aveva detto poche ore dopo la notizia della cattura, poggiando l’accento sulla seconda parola. Poi aveva precisato: «Dovrà marcire in galera». Il goffo presenzialismo dell’altro ministro, quello alla giustizia, è emblematico. Lui, esponente della formazione politica che sul giustizialismo e sul populismo penale ha fatto la sua fortuna, si trova a inseguire quell’altro, quello che adesso promette il pugno di ferro e saluta i nuovi rapporti internazionali, che hanno consentito di tornare a casa col bottino. Tutto intorno titoli di giornale, fiumi di immagini e prese di posizione rafforzano la rappresentazione dominante, col consueto, disarmante, mix di servilismo sciocco e pigrizia mentale. Qualcuno non si fa sfuggire il ghigno di sfida del catturato. Altri evidenziano l’insolenza della primula rossa vezzeggiata dagli intellettuali. Il Tg1 dell’ora di pranzo si lascia andare ad un avvertimento tragicomico: «è ancora pericoloso», dice con tono grave il cronista mentre il Terrorista attempato e stanco trascina i piedi sull’asfalto che lo conduce alle camionette.

Che paese è quello in cui praticamente l’intera classe politica e la stragrande maggioranza del mondo dell’informazione e della cultura si aggrappa a crimini commessi da un singolo individuo ormai quarant’anni fa per legittimarsi di fronte all’elettorato? Questa è la domanda che scaturisce di fronte al grand guignol scatenato dall’alba di domenica 13 gennaio, quando le agenzie hanno battuto la notizia della cattura di Cesare Battisti. È un paese che per l’ennesima volta si affida al paradigma vittimario descritto dal punto di vista storico da Giovanni De Luna e da quello filosofico da Daniele Giglioli. Si prendono le vittime di un fatto tragico, se ne assolutizza la voce fino a manipolarla, fino a farne un feticcio che non si può mettere in discussione e che al tempo stesso conferisce un potere assoluto a chi di quella ricostruzione si fa portavoce e ambasciatore. Le vittime, il loro dolore e la loro incapacità di sottrarsi al tritacarne dei giochi spettacolari, sono vittime per due volte. Il passato non diventerà mai storia, non riusciremo a ricostruire e contestualizzare quello che è successo perché serve che le cerimonie prendano il posto delle analisi, che la fabbricazione seriale di simboli ad alto tasso emotivo occupi lo spazio della produzione di senso.

E allora proviamo ad elencarli e decodificarli, i simboli che i nuovi potenti evocano e manipolano. Per primi, inaspettati e quasi dimenticati, ci sono i comunisti. Sono “comunisti” (ça va sans dire: li dipingono stravaccati in qualche salotto chic in cerca di eccitazioni radical) quelli che in questi anni hanno difeso l’Animale. È “comunista” quest’ultimo, accusato di avere portato alle estreme conseguenze l’odio di classe colpendo ignari cittadini. Avviene in un paese che ha appena capitolato di fronte alle richieste dell’Europa dopo mesi di propaganda sovranista e che può soltanto rifugiarsi nel consenso facile della gogna. Succede in un paese che in questi ultimi anni ha visto un’escalation di aggressioni fasciste e razziste. La violenza politica proviene da tutt’altra parte. Se c’è un pistolero dei nostri tempi, uno che una mattina è uscito di casa e ha giocato al tiro a segno con tutti i negri che gli capitavano a tiro, questo ha poco a che spartire con la foto segnaletica sbiadita dell’uomo che da ieri, a quasi settant’anni, si trova all’isolamento in un carcere di massima sicurezza. Quell’uomo armato si chiamava Luca Traini e proveniva dal milieu del partito del ministro con le mostrine della polizia.

Il secondo simbolo è la pistola. In  tempi non sospetti, Wu Ming 1 faceva notare come gran parte della grancassa mediatica italiana dimenticasse di ricordare che Alberto Torregiani, l’uomo in sedia a rotelle che spesso vediamo parlare davanti alle telecamere, non fu colpito dalle pallottole dei Proletari armati per il comunismo. Venne ferito da suo padre Pierluigi, a sua volta ucciso dai Pac il 16 febbraio di quarant’anni fa. Nell’allucinazione armata della vendetta sommaria, l’organizzazione di cui Battisti era militante voleva vendicare il fatto che il gioielliere Torregiani avesse ucciso un rapinatori. Pierluigi sparò e ferì per sbaglio anche l’allora tredicenne figlio Alberto. Se questo aspetto venisse menzionato non toglierebbe drammaticità alla narrazione. Tutt’altro: semmai consentirebbe di illuminare il fuoco incrociato della giustizia fai-da-te. Ma il feticcio vittimario che è stato cucito addosso a Torregiani prevede che questi venga descritto  come «’eroe borghese’, un santo difensore della proprietà, un cavaliere immacolato». Questa storia fa breccia nel paese in cui si invoca il diritto di sparare a chi invade le proprie case, nell’Italia in cui un normale accertamento giudiziario volto almeno ad accertare gli estremi per la legittima difesa diventi insopportabile intrusione nel sacro diritto della proprietà privata.

Ecco la terza carta estratta dal mazzo dei tarocchi forcaioli: le manette. In molti si son stupiti, quasi sono rimasti delusi, nel notare che il Bandito che scendeva dall’aereo non portava i ferri ai polsi. Le manette non c’erano, però risuonavano. Aleggiano da tempo assieme ad altri simboli. Le catene da trascinare si accompagnano ai pigiami a strisce e al clangore metallico della palla al piede, nei discorsi non mancano le chiavi delle celle da buttare, le parole emanano la puzza del malcapitato che deve marcire in galera. Il codice penale che dovrebbe indicare sobriamente fattispecie di reato viene indirizzato contro figure specifiche per eccitare le folle: pensate alla legge sulla prescrizione ribattezzata come spazzacorrotti. Sono solo alcune delle figure retoriche che paiono uscite da un b-movie e che imperversano da quando l’impotenza della politica ha lasciato il posto all’invadenza del codice penale. Nel paese che perde ogni senso della misura parlando dell’arresto di Battisti i giudizi storici sono spesso affidati alle corti d’assise e le ricostruzioni del passato sono diventate oggetto di requisitoria. Il paese che non trova anomalo lo spettacolo che i potenti costruiscono attorno alla cattura di un singolo individuo. Un paese che non si allarma di fronte alla gogna sul piccolo pezzo di una storia più grande conclusasi da anni con vincitori e vinti. Un paese che ha deciso di rifugiarsi nei metodi spicci delle pubbliche accuse. E nei sistemi risolutori di piccoli, ridicoli, uomini in divisa.

*Giuliano Santoro, giornalista, scrive di politica e cultura su il Manifesto. È autore, tra le altre cose, di Un Grillo qualunque e Cervelli Sconnessi (entrambi editi da Castelvecchi), Guida alla Roma ribelle (Voland), Al palo della morte (Alegre Quinto Tipo).

(Fonte: jacobinitalia.it)

Tags: politica

Jenin-WAFA, Quds Press e PIC. Martedì, le forze israeliane hanno arrestato 26 palestinesi durante campagne di invasioni e aggressioni in varie parti della Cisgiordania, secondo quanto riferito da fonti e testimoni per la sicurezza palestinese.

Veicoli militari israeliani hanno fatto irruzione nella cittadina di Yabad, a sud-ovest di Jenin, dove i soldati hanno arrestato cinque palestinesi e saccheggiato diverse case.

Le forze israeliane hanno anche fatto irruzione nella città di Jenin e nel campo profughi, arrestando altri tre palestinesi.

A Nablus, le forze israeliane hanno arrestato due palestinesi dalla parte orientale della città, ed un altro dal campo profughi di Askar.

Durante un’incursione nel campo profughi di Balata, i soldati hanno fatto irruzione in un laboratorio di tornitura che costituisce fonte di reddito principale per sette famiglie e hanno sequestrato attrezzature che costano tra i 250.000  e 300.000 dollari.

A Qalqiliya, nella Cisgiordania del nord, è stato effettuato un altro raid che ha portando all’arresto di un palestinese.

Nel distretto di Gerusalemme, le truppe israeliane hanno condotto incursioni nelle cittadine di Anata e Hizma, a nord-est e nord di Gerusalemme, oltre al campo profughi di Qalandia, arrestando tre palestinesi.

La polizia ha anche preso d’assalto il quartiere Silwan, di Gerusalemme est, arrestando due adolescenti palestinesi di 15 e 18 anni.

Nella Cisgiordania meridionale, le forze israeliane hanno fatto irruzione nella cittadina di Beit Fajjar, a sud di Betlemme, arrestando due adolescenti palestinesi di 15 e 16 anni.

Hanno anche condotto un’incursione simile nella cittadina di Tuqu, a est di Betlemme, arrestando un palestinese, mentre altri due sono stati arrestati durante un’altra irruzione nella cittadina di al-Doha, a ovest di Betlemme.

Nel distretto di Hebron, le forze israeliane hanno arrestato due ex-prigionieri dopo aver preso d’assalto e perlustrato a fondo le loro case a Beit Ummar, nel nord.

I militari hanno condotto incursioni simili nel campo profughi di Arroub e nelle cittadine di Yatta e Halhoul, arrestando altri tre palestinesi.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

(Fonte: infopal.it)

Verrà ricordata come la partita della discordia quella che si giocherà a Jedda, in Arabia Saudita, mercoledì 16 gennaio: il match di Supercoppa tra Juventus e Milan che ormai da diverse settimane sta facendo tanto parlare di sé. Sono molteplici le polemiche nate attorno a questo caso, soprattutto dopo la diffusione della Lega Calcio di un comunicato stampa in cui veniva dichiarato che le donne non avrebbero potuto accedere allo stadio liberamente, ma solo in un settore misto, riservato alle famiglie. Da Jedda assicurano invece che non ci saranno discriminazioni. Le accuse mosse contro la scelta della Lega di giocare in un Paese come l’Arabia Saudita non riguardano solo le discriminazioni nei confronti delle donne, ma soprattutto verso le considerevoli violazioni dei diritti umani che il Paese continua a perpetrare nonostante si voglia dare quell’immagine di cambiamento. Un’immagine nuova, diversa, in parte arrestata dalla vicenda del giornalista saudita Jamal Khashoggi, ucciso lo scorso ottobre nel consolato di Istanbul, (pare) proprio per mano saudita.

Dunque, se da una parte qualcuno vuol farci credere che in Arabia Saudita le cose stiano cambiando seppur lentamente, dall’altra c’è chi come me non può far finta che tutto vada bene. Per questo motivo mercoledì 16 gennaio alle ore 10 vi sarà un presidio davanti l’ambasciata dell’Arabia Saudita di Roma organizzato da Usigrai, Fnsi, Odg e Amnesty. Si manifesta contro la scelta della Lega Calcio di giocare la partita proprio a Jedda, un match che verrà trasmesso dalla Rai, la tv di Stato – è sempre bene ricordarlo -, alle ore 18,30.

Non avevamo bisogno certo di una partita di calcio per venire a conoscenza delle considerevoli violazioni dei diritti umani che si consumano in Arabia Saudita: ma questa partita ha portato alla luce un’altra tristissima realtà che non tutti conoscevano. Da anni il nostro Belpaese produce armi, bombe, che vengono poi acquistate in Arabia Saudita per essere utilizzate nel conflitto in Yemen. Proprio nella nostra bellissima Sardegna, in quella terra meravigliosa che il mondo ci invidia per il mare, i colori, il cibo e i profumi, esiste un paesino, Domusnovas, dove vivono circa 6mila persone, alcune delle quali, oltre un centinaio, lavorano per la Rwm. La Rwm è un’azienda di proprietà della tedesca Rheinmetall Defence, che produce ed esporta armi nonostante la legge, la 185/90, ne proibisca la vendita a Paesi in guerra come l’Arabia Saudita. Poco tempo fa era uscita addirittura la notizia di un ampliamento della fabbrica con la costruzione di due nuovi reparti produttivi.

Per avere maggiori informazioni su quello che accade in Sardegna da anni e che sta accadendo soprattutto in questi giorni, dopo le polemiche scoppiate sul caso della Supercoppa, ho contattato direttamente il sindaco del comune di Cagliari Massimo Zedda e la consigliera del Pd Rita Polo, che ha fatto luce sulla questione tenendo ben a mente, oltre alle serie e gravissime problematiche della produzione di armi, anche quelli che sono i diritti dei lavoratori della Rwm.

Rita Polo mi ha illustrato che si è svolta proprio la scorsa settimana in comune a Cagliari un incontro sulla questione bombe prodotte in Sardegna ed esportate verso l’Arabia Saudita; incontro promosso dal Comitato riconversione Rwm, con la collaborazione di Arci, Tavola sarda per la pace, Italia nostra e Confederazione sindacale sarda. Ed era stato da poco approvato a maggioranza un ordine del giorno dal titolo Stop bombe per la guerra in Yemen e promozione per una riconversione e sviluppo dell’economia e un lavoro dignitoso. “Il documento – mi spiega – sancisce una volta di più l’assoluta contrarietà dell’Assemblea civica alla fabbricazione, in tutto il territorio italiano, di armi e materiale bellico destinato a Paesi in conflitto, impegnando sindaco e giunta a promuovere una serie di azioni e progetti per contribuire alla realizzazione di concrete e effettive politiche di disarmo e di pace salvaguardando i posti di lavoro”.

In effetti non deve essere facile dire “chiudete una fabbrica” senza tener conto che da quella chiusura molte famiglie andrebbero a perdere il sostentamento. “Sicuramente – incalza la consigliera – ci sentiamo responsabili di quello che accade in Yemen e non possiamo rimanere indifferenti di fronte alle immagini che ci arrivano. La Sardegna in questo particolare momento si sente ‘vittima e complice allo stesso tempo’. La nostra è una regione che ha molto da offrire e per questo auspichiamo uno sviluppo economico in vari settori. Anche per questo è stato costituito un Comitato per la Riconversione della Rwm composto da oltre 20 aggregazioni locali, nazionali e internazionali, accomunate dallo scopo di promuovere la riconversione al civile di tutti i posti di lavoro dello stabilimento Rwm”.

A queste preoccupazioni si associano quelle dei vescovi della Sardegna, che nel messaggio episcopale del 27 dicembre si focalizzano sulla mancanza di lavoro nella loro terra, una delle più povere del Paese, che per garantire uno stipendio sicuro in mancanza di alternative dignitose permette agli operai della Domusnovas di subire l’inaccettabile offerta di produzione di armi. C’è dunque la necessità di fermare l’esportazione del materiale bellico verso i Paesi in guerra e soprattutto di riconvertire l’economia del territorio in maniera sostenibile garantendo nuovi posti di lavoro. A questo punto c’è da chiedersi: ma non dovrebbe in tutto questo farsi carico anche lo Stato italiano?

(Fonte: articolo21.org)

16 gennaio 1943: Il Gobbo del Quarticciolo

16 GENNAIO 2017 |IN STORIA DI CLASSE.

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16 gennaio 1943: Il Gobbo del Quarticciolo

Il Quarticciolo è un'area urbana del settimo municipio del comune di Roma. Fa parte del quartiere Alessandrino, all'angolo fra viale Palmiro Togliatti e via Prenestina: la prima lo separa a ovest dalla zona di Centocelle, mentre la seconda lo separa a nord dalla zona di Tor Sapienza. Il Quarticciolo fu una borgata ufficiale tra gli anni ‘30 e '40, dimora soprattutto di immigrati del sud Italia e, insieme al Quadraro, Centocelle e Tor Pignattara, protagonista della Resistenza romana contro l'occupazione nazifascista. Lo stesso Quarticciolo era anche base operativa della famosa “banda del Gobbo”, capeggiata dal giovanissimo Giuseppe Albano, nato il 5 giugno del 1927 a Gerace Superiore (Reggio Calabria) e arrivato a Roma alla fine degli anni Trenta. Affetto da una malformazione alla schiena, postumo di una caduta, che gli procurò il soprannome di “il Gobbo”, dall'età di 14 anni Albano divenne presto noto alle forze dell'ordine per i furti e gli atti di brigantaggio che svolgeva con i componenti della sua banda, composta da suoi coetanei per la maggior parte figli di immigrati del sud Italia, il cui vivere in borgata li rendeva indifferenti se non ostili all'autorità, indipendentemente che essa fosse rappresentata dallo Stato italiano o dagli occupanti nazifascisti.

Sebbene Adamowicz non fosse certo “uno dei nostri”, anzi era ben noto per le sue idee liberali e per il suo passato nel sindacato Solidarnosc, la sua morte segnala questa crescente tensione nel paese. Adamowicz aveva infatti dichiarato Danzica città aperta per i migranti e si era espresso più volte a favore dei diritti della popolazione LGBT. Con buona pace dei difensori della libertà di opinione, che darebbero la vita per fare esprimere le peggiori nefandezze xenofobe, Adamowicz è stato assassinato a causa di queste sue posizioni.

Il governo della Polonia è uno di quelli che, insieme all'Ungheria, più ha chiuso ai movimenti migratori e più ha cercato di ridefinire i poteri tra Unione Europea e stati membri in favore di questi ultimi, in particolare rispetto alla difesa dei confini. Una posizione quindi non giocata come critica all'impianto neoliberista della Ue, ma finalizzata solo a guadagnarne dove possibile. Nonché a costruire una finta opposizione con Bruxelles in chiave identitaria e nazionalista.

Varsavia ha infatti beneficiato tantissimo negli ultimi anni dei trasferimenti europei per sviluppare la sua economia. Caratterizzata dall'accoglienza delle imprese delocalizzate dall'Europa occidentale, da un modello di bassi salari e da alto tasso di sfruttamento, anche nei confronti dei migranti tanto odiati. E che quindi vanno tenuti sotto controllo. La stessa Chiesa locale ha organizzato negli scorsi mesi un appuntamento di difesa identitaria dei confini polacchi, noto come “Rosario della Nazione”.

La destra reazionaria e xenofoba è molto radicata nel paese, come dimostra anche la grande manifestazione organizzata lo scorso novembre per commemorare i cento anni dell'indipendenza, conseguita dopo la prima guerra mondiale.

Negli scorsi giorni lo stesso Matteo Salvini è andato nel paese dell'Europa orientale a costruire un accordo con il partito Diritto e Giustizia (PiS) attualmente al potere. Il PiS è sempre più orientato ad una politica xenofoba e nazionalista, ammiccante alla destra più reazionaria soprattutto quando si parla di diritti della popolazione LGBT e dei migranti. Eppure, non condivide con Salvini alcuni temi, come la possibile apertura alla Russia e l'ostilità tout court all'Unione Europea. Questa, al di là di quella che è la retorica pubblica, è vista più come mucca da mungere che come nemico.

Chissà se queste divergenze faranno convergere o meno anche il PiS alla riunione delle destre europee paventata da Salvini per la primavera in Italia, in una sede ancora da definire…

sciamanica:

Poi c'è una canzone che non conosci ma una persona te la dedica e scopri che qualcosa hai lasciato. Grazie..

sciamanica:
“paul-emic:
“sifossifocoardereilomondo:
“Nel mio blog non sei il benvenuto.
”
nel mio nemmeno
”
Quasi inutile dirlo… È sottinteso 😁
”

sciamanica:

paul-emic:

sifossifocoardereilomondo:

Nel mio blog non sei il benvenuto.

nel mio nemmeno

Quasi inutile dirlo… È sottinteso 😁

sciamanica:

803muliache:

nicolacava:

image

@nerone-66 mi fa piacere che mi hai dato retta e hai cambiato quel nome del cazzo. Grazie.

Perché non me lo presenti il tuo amico? Sembra uno figo!

Ahahahahahahah